Rispetto del domicilio e della famiglia

Procediamo oltre con l’Art. 23 della Convenzione per i diritti delle persone con disabilità dell’assemblea generale dell’ONU. Dopo aver fatto riferimento al principio della riservatezza e al diritto della tutela della privacy, abbiamo il rispetto del domicilio e della famiglia.
Ovviamente è un’estensione del rispetto alla vita privata di cui abbiamo già parlato nel nostro precedente intervento che veniva determinato all’Art. 22.

L’Art. 23 riporta 5 commi che fanno riferimento ognuno ad un aspetto di vita diverso, ma sempre legato a stretto giro con il concetto di famiglia.

Innanzitutto, al 1^ comma viene stabilito quello che è il principio che ormai abbiamo imparato e abbiamo visto veramente formare l’intera Convenzione, il principio di non discriminazione. Infatti, diciamo che nel 1^ comma viene imposto agli Stati Parte di evitare in qualsiasi misura che vi siano discriminazioni sulla base della disabilità della persona con un focus relativo al matrimonio, alla filiazione e alla stessa fertilità delle persone con disabilità. Per quanto riguarda, appunto, tali tre aspetti sono declinati alle lettere A, B e C del comma 1^ dell’Art. 23.

Per quanto riguarda il matrimonio viene definita la libertà e il diritto di libera scelta per quanto riguarda le persone con disabilità a scegliere liberamente se sposarsi e ovviamente la persona a cui unirsi. L’unico vincolo, l’unico limite è lo stesso che viene imposto dalle legislazioni nazionali ad un consociato ossia quello di aver raggiunto l’età necessaria per giungere al sodalizio. Per quanto riguarda la filiazione si fa riferimento al fatto che c’è una libertà di scelta civica sia del numero di figli, sia per intercorrere da un figlio all’altro proprio per dare alle persone con disabilità la stessa libertà di scelta, soprattutto relativa alla sfera dell’intimità.

Al comma 2^ dell’Art. 23 si fa riferimento all’adozione, o comunque a tutti quelli strumenti e istituti che rendono possibile l’avvicinamento e l’affido di un minore ad aspiranti genitori. Per cui non deve in nessun modo essere messa in dubbio l’affidabilità delle persone con disabilità a procedere con un’adozione senza che la loro condizione di disabilità, salvo ovviamente problematiche oggettive, possa essa, solo per il fatto che c’è, essere un limite all’esercizio di tale diritto.

Al Comma 3^ vengono poi declinati i cosiddetti diritti nella vita familiare, ossia il fatto che gli Stati Parte debbano assicurare che i bambini con disabilità abbiamo pari diritti per quanto riguarda la loro vita in famiglia. Ovviamente, si fa riferimento alla prevenzione dell’occultamento, dell’abbandono, della segregazione. Molto spesso le persone con disabilità, soprattutto in epoca non troppo recente, venivano tenuti in casa, nella loro dimora senza possibilità di espressione, e questo viene censurato come condotta dalla Convenzione.

Procedendo oltre e facendo riferimento al Comma 4^ dell’Art. 23 c’è un’attenzione particolare alla separazione tra i bambini dai genitori. Diciamo che nell’ultimo periodo del Comma 4^ si fa riferimento che qui la disabilità può essere relativa tanto quanto ai figli che ai genitori, l’importante, il principio che viene notificato, è che non ci deve essere una separazione tra figli e genitori salvo che questo non sia ovviamente giustificato dal superiore interesse del minore, che è quel principio che abbiamo già citato nel momento in cui abbiamo fatto riferimento alla tutela dei bambini con disabilità e che informa la Convenzione dei diritti del fanciullo sempre dell’ONU.
Per quanto riguarda questa separazione, l’unico caso in cui la stessa è giustificata è, come detto, non solo quanto questa persegue l’interesse superiore del minore, ma quando la stessa è stata appunto disposta con autorità giurisdizionale e con procedimenti definiti dalla legge, in nessun altro caso i bambini e i loro genitori possono essere separati e, ovviamente, in nessun caso questo può accadere solo in funzione della disabilità del figlio o del genitore.

Infine, c’è una sorta di clausola di salvaguardia che fa riferimento a quei bambini con disabilità che non possono essere accuditi, quindi che non possono essere accolti in famiglie. Per questo che si pensa ad una prima soluzione, una cosiddetta famiglia allargata, la si pensa come una rete che tenda appunto con tutti gli ausili e le possibilità a volte necessarie a sostenere i genitori. Altrimenti, nel caso in cui questo non possa avvenire, si fa riferimento a degli ambienti familiari, pensiamo ad esempio agli ambienti di comunità e di residenza delle persone con disabilità che a volte vi risiedono sin dalla tenera età. Diciamo, il principio, come al solito, oltre ad essere quello di non discriminazione è sicuramente quello di non abbandono e di non occultamento.

Le persone con disabilità, al pari di altri consociati, hanno la necessità, il diritto e direi anche il dovere di poter vivere all’interno di una comunità familiare che permetta lo sviluppo della loro personalità.

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